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Le startup investono sulle app

26/06/2015

L’universo della mobile search è così vergine da attirare un nugolo di startup che ritengono in grado di occupare spazi non ben presidiati (ancora) da Google.
Sono due gli aspetti su cui intervengono, le startup del mobile search, e corrispondono a due lacune tipiche dell'esperienza di ricerca su smartphone o tablet. Vogliono darci informazioni immediatamente complete e utilizzabili, come risposta a una ricerca. E consentirci di estrarre quelle che ora sono intrappolate all'interno delle app. È vero che Google (ma anche Bing) sono all'opera su entrambi i fronti, ma le startup sono convinte di fare meglio concentrandosi sul mobile. E gli investitori ci credono: sono state 60 le startup del search finanziate tra il 2013 e il   2014.
Una delle più promettenti è Quixey, che ha raccolto 135 milioni di  euro  di  venture capital, di cui 60 milioni questa primavera. Ha un'app per Android  che  permette  di trovare informazioni presenti nelle altre app installate sul dispositivo ma anche di raggiungere direttamente le loro funzioni principali, come il pulsante con cui chiamare un taxi.
Vurb invece presenta in modo strutturato le informazioni che trova sul web e  offre funzioni azionabili. Scriviamo il nome di un film? Vurb ci tira fuori una scheda con recensioni, i cinema più vicini e altre informazioni; più alcuni link per comprare  i biglietti. Possiamo dire che la tecnologia è diversa, tra Vurb e Quixey, ma la filosofia è la stessa: dare subito all'utente mobile quello che cerca e guidarlo verso l'azione finale per cui aveva fatto quella  ricerca.
Urx la prende più alla lontana. La startup, finanziata da Google Ventures, ha creato le prime “search Api” per le app. In sostanza permette alle app ­ che usano queste Api­ di avere link che conducono l'utente da una   all'altra.
È indiscussa la centralità delle app, nell'esperienza  dell'utente  che  cerca  informazioni sullo smartphone. Secondo eMarketer, solo il 19 per cento del  tempo  di  utente smartphone è passato sul web. Il resto è trascorso all'interno di applicazioni (s'intende, per utilizzi diversi da quelli voce  tradizionali).
Le app hanno semplificato l'uso degli smartphone, ma hanno reso anche l'esperienza più frammentata. Laddove il senso dei motori di ricerca sul web è stato appunto quello di ricondurre a ordine e caos il mare magnum di informazioni. Deve ancora nascere il servizio che possa unire i vantaggi dell'uno e dell'altro mondo, nei confronti di un utente mobile che ha bisogno di informazioni rapide e subito utilizzabili. Ecco perché il vento è cambiato, rispetto al decennio scorso, in cui venture e startup sono state alla larga da quello che ritenevano un dominio indiscusso di Google. Non è prevedibile se alcune startup riusciranno a crescere indipendenti, in questa sfida, ergendosi al ruolo di attori globali. Oppure se­ come forse è più probabile­ verranno acquistate da Google (o Bing o Facebook…). Certo è che l'innovazione sui motori di ricerca è ora animata da un mucchio di attori, come mai prima, grazie agli stimoli che arrivano dagli usi in mobilità. Un ambiente che, a quanto pare, non è ancora arrivato a piena maturità. 
(tratto da Il Sole 24ORE)