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Export: alle PMI il primato nazionale per alta produttività e dinamismo

05/10/2015

Nel commercio con l’estero sono le micro, piccole e medie imprese a trainare l’export italiano. A certificarlo è “Entrepreunership at a Glance 2015”, il rapporto annuale sull’imprenditoria realizzato dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, 34 Paesi associati che si riconoscono nella democrazia e l’economia di mercato, con un centro studi a Parigi tra i più accreditati al mondo. Nell’edizione 2015 la ricerca dell’Ocse dedica un focus proprio al rapporto tra commercio internazionale e universo delle Pmi, dal quale scaturiscono i primati delle piccole e medie imprese italiane. Una performance che demolisce la vulgata dominante che lega le capacità di internazionalizzarsi alle dimensioni delle imprese.
 
Dal rapporto emerge che la quota di export assicurata dalle cento imprese maggiori in Italia è la più bassa dell’Ocse. Supera di pochissimo il 25 per cento (per la precisione tocca il 25,16 per cento), molto lontana non solo dal podio, occupato da Lussemburgo, Irlanda e Finlandia nell’ordine, ma anche dalla media, superiore al 50 per cento, e dai Paesi più vicini all’Italia per economia e popolazione. Nel Regno Unito questa quota sfiora il 45 per cento, in Turchia supera il 40, in Germania tocca il 39, in Francia e in Spagna è al 38, in Polonia poco sotto il 35 per cento.
 
Tutt’altra musica con i Piccoli. Le micro e piccole industrie italiane esportatrici si piazzano ai vertici delle rispettive classifiche. La quota delle micro-imprese (fino a nove addetti) che vendono all’estero supera il 50 per cento del totale nazionale, dietro Slovenia, Estonia, Svezia, Irlanda, Ungheria e Belgio nell’ordine. Se si allarga la graduatoria alla platea di imprese esportatrici fino a 250 dipendenti, il nostro Paese conquista addirittura il primato nell’Ocse. In termini di valore, la differenza tra ricavi dell’export delle grandi imprese italiane, da un verso, e delle piccole imprese, dall’altro, è la più piccola tra tutti i membri dell’Ocse.
 
Sul fronte della internazionalizzazione, particolarmente caldo dopo la emigrazione all’estero del controllo di giganti manifatturieri quali Italcementi e Pirelli, è interessante rilevare come la quota di vendite oltre confine delle industrie esportatrici italiane di proprietà straniera sia la più bassa del campione. Così come, anche sul totale delle aziende italiane esportatrici, la percentuale di imprese di proprietà estera sia la più bassa di tutte. Risultati in totale controtendenza con quanto capita negli altri Paesi, dove le imprese controllate dall’estero hanno in genere risultati più brillanti sul fronte dell’export delle imprese totalmente nazionali.
 
A dimostrare la vivacità delle Pmi italiane e del sistema Paese nel suo complesso anche altri due dati. Tra le imprese industriali importatrici (e che, evidentemente, acquistano all’estero semilavorati o materie prime) l’incidenza delle aziende fino a 50 e soprattutto fino a 250 addetti è ai più alti livelli dell’Ocse. L’Italia, inoltre, tallona i primi della classe (Germania, Finlandia, Regno Unito, Francia, Svezia) per diffusione di imprese che contano oltre dieci clienti esteri: un punto di forza non indifferente, in quanto una bassa concentrazione verso singoli mercati di sbocco, è evidente, limita i rischi. “Entrepreneurship at a Glance 2015” contiene anche altri interessanti flash sul sistema produttivo italiano, mettendo più volte in luce il ruolo propulsivo delle Pmi nell’azienda Paese.
 
L’Italia è sesta nella graduatoria Ocse per l’incidenza dei datori di lavori e dei loro familiari direttamente impegnati nelle piccole imprese (alle spalle di Slovacchia, Messico, Repubblica Ceca, Polonia e Belgio) rispetto al totale dell’occupazione. In termini assoluti, comunque, la presenza di proprietari e loro familiari è molto elevata in ogni classe delle Pmi. Il nostro Paese è secondo dietro il Messico tra le micro- imprese, primo nelle aziende fino a 50 dipendenti e alle spalle solo della Svezia tra i 50 e i 249 addetti. Numeri che testimoniano la propensione a “sentire nel sangue” l’impresa da parte degli imprenditori italiani e delle loro famiglie. E che sono confermati, a livello globale, dal ruolo dell’imprenditorialità in Italia. Nell’incidenza dell’auto-imprenditorialità il nostro Paese è terzo tra gli uomini (sopravanzato da Grecia e Brasile) e sesto fra le donne, dopo Messico, Grecia, Cile, Brasile e Portogallo. Tra i giovani (nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni) l’Italia primeggia tra le donne ed è seconda tra gli uomini, superando, senza differenze di genere, la barriera del 10 per cento degli occupati contro una media inferiore al 5 per cento tra le donne e al 7 per cento tra gli uomini.
 
Per numero complessivo di imprese, l’Italia supera la media Ocse ed è nelle prime sei, sette posizioni tra le micro (fino a nove addetti), le piccole (meno di 50 dipendenti) e le medie aziende (entro 249 addetti). Per numero di dipendenti il nostro Paese è al terzo posto nell’Ocse per occupati nelle micro-imprese (oltre il 40 per cento del totale) dopo Turchia e Grecia. Sempre dietro alla Grecia l’Italia sale al secondo posto nell’occupazione all’interno delle imprese sotto i 20 dipendenti (circa il 58 per cento degli occupati complessivi nel settore privato); posizione che la vede appaiata alla Corea del Sud nella fascia fino a 50 dipendenti; per tornare seconda da sola tra le medie imprese fino a 249 dipendenti, un livello entro il quale sono occupati quattro dipendenti privati su cinque, l’80 per cento del totale. E la quantità va a braccetto con la qualità. Nella classifica per la produttività del lavoro dei dipendenti nelle Pmi mani-fatturiere l’Italia è seconda alla sola Estonia.
 
L’Italia è sesta nella graduatoria Ocse per l’incidenza dei datori di lavori e dei loro familiari direttamente impegnati nelle piccole imprese La radiografia delle imprese è contenuta nel rapporto annuale sull’imprenditoria realizzato dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, con 34 Paesi associati.
 
fonte: repubblica.it