Fai di Impresasicilia la tua homepage                     

Imprese, troppo pigre per l’e-commerce

11/01/2016

In questi giorni sono usciti i dati di chiusura del 2015 dello shopping online e, purtroppo, l’Italia si riconferma agli ultimi posti in classifica. I dati Eurostat parlano chiaro, il nostro Paese è quart’ultimo tra i 28 paesi europei: peggio solo Romania (11%), Bulgaria (18%) e Cipro (23%). Primi per l’e-commerce sono invece Gran Bretagna (81%), Danimarca (79%), Lussemburgo (78%), Germania (73%), Olanda, Finlandia e Svezia (71%). A questo dato va accostato il risultato dello studio della Commissione europea che ha pubblicato l’Indice dell’economia e delle società digitali 2015 (DESI Acronimo di Digital Economy and Society Index) che definisce il livello di digitalizzazione di ciascuno dei 28 paesi membri dell’Unione Europa. Anche in questa classifica l’Italia viene definita “il Paese con la peggiore copertura sul broadband” e si trova 25 esima su 28.
 
Ma il dato più disarmante è che soltanto il 5,1% delle piccole e medie imprese è attivo nel commercio online (la percentuale più bassa dell’UE-28), nonostante secondo l’indagine Netcomm, gli italiani che hanno acquistato i loro regali online in questo Natale 2015 siano aumentati: +22% rispetto allo scorso anno. Molto triste considerando che il nostro Bel Paese è l’ottavo esportatore al mondo ed è tra le Nazioni avanzate che «nella globalizzazione hanno conservato maggiori quote di mercato a livello internazionale».
 
Allora, perché accade questo? C’è una sottile linea che divide la pigrizia d’investimento e l’apertura ad approcciarsi a nuovi strumenti di business, dall’analfabetismo digitale e tecnologico che molte aziende non riescono ad affrontare e superare. Una sorta di “tanto c’è la crisi” che immobilizza la fantasia commerciale di molte realtà a non fare un passo oltre la famosa frase “abbiamo sempre fatto così”. Ci si accorge della bella opportunità che ci stiamo facendo sfuggire guardando i bilanci aziendali di quelle realtà che investono in materia: tutti con segnali positivi e di crescita. In questo blocco di massa d’investimento – che poi si tramuterebbe in guadagno – si intrecciano una pubblica amministrazione nemica e non digitalizzata, piccole medie imprese poco visionarie e che per paura non investono, e una cittadinanza non abituata a velocizzare acquisti e servizi utilizzando nuovi strumenti. Un insieme di circostanze che porta ad avere il 95% del fatturato da e-commerce italiano in mano a solo 250 soggetti. Un monopolio e-commerce molto pericoloso ma altrettanto positivo perché ci sono ancora ettari di praterie web in cui investire.
 
Gli italiani hanno però un primato: sono il popolo europeo con il più alto tasso di apparecchi telefonici per nucleo familiare, per questo per il 2016 c’è da augurarsi meno giochi e più divulgazione e commercializzazione di ciò che meglio sappiamo fare, perché il nostro genio, le nostre idee, il nostro artigianato e servizi sono unici e c’è un mondo che sta attendendo di avere il proprio sogno made in Italy a portata di click, o più semplicemente un servizio o prodotto sotto casa. C’è chi l’ha fatto, gli esempi sono infiniti: c’è chi porta la spesa a casa, chi la cena dal ristorante preferito, chi vende quadri, idee, loghi, progetti. Chi prodotti della propria azienda, chi passaggi in auto, chi traduzioni, chi guadagna sulle proprie opinioni. Chi fa servizio di segreteria condiviso, chi ripara pc online, chi vende non solo dal proprio negozio ma spedisce in tutto il mondo. Chi vende appunti universitari, chi la propria musica. Chi eventi, concerti e divertimento. Chi lezioni e ripetizioni via video conferenza, chi vino, olio e viaggi e chi semplicemente la propria professionalità. C’è un mondo che può essere raggiunto da casa azzerando qualsiasi distanza: vale la pena di provarci.
 
fonte: vvox.it